Fratture da fragilità ossea: l’indagine di Cittadinanzattiva

Un percorso per garantire a tutti i pazienti con fragilità ossea cure adeguate migliorando qualità ed efficienza. Questo l'obiettivo del progetto lanciato da Cittadinanzattiva e giunto alla sua seconda annualità.

Dalle Regioni risposte frammentate su organizzazione dei servizi e accesso alle cure per le fratture da fragilità ossea, medici specialisti in difficoltà tra mancanza di informazioni e procedure differenti anche tra singole ASL. Positiva invece la recente approvazione delle Linee Guida a livello nazionale, poiché danno indicazioni per agire sull'appropriatezza degli interventi terapeutico-assistenziali e sul miglioramento della presa in carico del paziente, anche attraverso l’introduzione di un codice identificativo della frattura da fragilità ossea. Sono queste alcune delle principali informazioni che emergono dalla seconda indagine di Cittadinanzattiva realizzata tramite due questionari che hanno coinvolto medici specialisti e referenti regionali.

Dopo il rapporto realizzato nel 2020, Cittadinanzattiva ha lanciato nel luglio 2021 il secondo monitoraggio sulle fratture da fragilità ossea coinvolgendo i referenti amministrativi regionali e i medici specialisti che quotidianamente devono curare e prendere in carico il paziente con frattura da fragilità ossea per evidenziare best practices e principali criticità circa la gestione di questi pazienti.

Le regioni interessate sono 12: Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio, Puglia, Sicilia, Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Calabria e Sardegna.  Gli specialisti interpellati riferiscono che le difficoltà maggiori derivano dal fatto che le procedure di presa in carico variano da regione a regione, a volte anche da ASL ad ASL: solo il 28% afferma che nella propria regione esistono percorsi di presa in carico dedicati a questo tipo di paziente e soltanto il 17% sostiene che è presente un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) dedicato. Sull'aspetto della presa in carico del paziente, il 62,5% dei medici segnala la mancanza di percorsi condivisi, il 52,1%, invece, la mancanza di prevenzione primaria, per il 48,2% manca la continuità assistenziale.

Attraverso la definizione di un percorso, l’intento è di agire sull’appropriatezza degli interventi, sia di tipo terapeutico che di tipo assistenziale, riorganizzando e rendendo omogeneo l’impatto clinico, organizzativo ed economico in modo da migliorare la presa in carico del paziente con fragilità ossea e la continuità delle cure.

I principali temi trattati nel rapporto sono:

  • i sistemi di monitoraggio della appropriatezza e della personalizzazione delle cure
  • il grado di applicazione del PDTA
  • i sistemi di monitoraggio delle fratture
  • la gestione della multidisciplinarietà.

Gli obiettivi principali sono: produrre dati ed evidenze che restituiscono una fotografia della situazione a livello regionale, sensibilizzare a livello territoriale sul tema delle fragilità ossea, misurare il gap tra quanto delineato nel PDTA e ciò che accade nella realtà.

La sfida è di implementare nuovi modelli di cura ed assistenza per migliorare le condizioni e la qualità di vita del paziente e ottimizzare i costi attraverso il perfezionamento delle azioni utili in grado di incidere sulla diagnosi, sulla prevenzione secondaria e sui fattori di rischio, assicurando l’effettiva presa in carico del paziente, unitamente alla maggiore integrazione dei servizi e delle prestazioni per la continuità assistenziale.

Il paziente non va abbandonato ma bisogna migliorarne la gestione sul territorio con un’assistenza multidisciplinare che coinvolga tutti i soggetti interessati e fornire informazioni precise anche su dieta, esercizio fisico, apporto di vitamina D e calcio.

 

Per approfondire:


Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre 2021

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